The anthropologist
of the fantastic

Text by Damiano Gulli
photos, collage, printing on fabric by Luca De Santis

Let’s start from a fact; in 2014 in the whole of Africa there are more than 2000 languages spoken.
This fascinating Babel is the perfect metaphor for this complex and fragmented continent, where all the contradictions, idiosyncrasies and urgencies of our time are not only reflected but also magnified, sometimes dramatically.
A continent suspended between tradition and innovation, where breath-taking beauty and extreme poverty, violent internal clashes - political and civilian - and great hopes live side by side. In the background, a cultural and intellectual scene that is exceptionally lively and dynamic. Think of J. M. Coetzee, recipient of the
2003 Nobel Prize for literature, Okwui Enwezor, curator of the Venice Biennale 2015, internationally acclaimed artists such as William Kentridge and Yinka Shonibare, or experimental rap-rave band Die Antwoord, to mention just a few.
How to translate such a multifaceted and elusive reality into a work of art, a photograph in this case, without falling into stereotypes or clichés?
Luca De Santis approaches Africa with the curiosity of an anthropologist.
He researches, travels, studies the territory and meets the locals.
He stays away from exotic fascination and sensational rhetoric. He doesn’t embrace the codes of reportage. Patiently, methodically, he digs deeply into the millenarian history of this “cradle of humanity”. Critically, he analyses and deconstructs primordial and ancestral behaviours, myths and rituals, costumes, fashions and decors.
Then, he projects them in the near future and gives them new meaning, deforming perspectives and braking codes.
This way Africa becomes an excuse, an opportunity and a starting point for a narration where first hand observation and profound impressions and emotions come together. De Santis’ storytelling draws from the collective unconscious. He distances himself from facts and opens up to possible new worlds, visionaries and fantastic.
In order to get to this point, the image plays a crucial role. Nothing is left to chance. Every expression, every gesture, every crop, every element of the composition is there for a reason, is wanted and meticulously studied.
De Santis creates images-palimpsests that are dense and multidimensional. They
are the result of a series of combinations where everything can be modified and modifiable. The photographer operates a sophisticated “mise en abime” using photographs within photographs; an open process, with no set end.
Each photograph captures multiple levels of reality and is a visual representation
of what is elusive, and constantly changing and flowing. An overlapping of times, languages, experiences and lives aimed at tracing their origins and underlying dynamics.
De Santis captures the elusive and freezes the ephemeral. He doesn’t seize a specific moment in time but a continuous metamorphosis. The same image, in an instant, becomes something else, and challenges the ontology of photography.
De Santis’ photography also represents the evolution, the last stage of a complex relationship that is as important (if not more) as the final result. One of the main qualities of the photographer is his ability to move fluidly from one artistic medium to the other. The ability to re-code a visual subject into an abstract pattern, make
the three-dimensional two-dimensional and the other way around, transform bodies into objects and objects into bodies, by linking personal stories and memories to something that is shared and universal.
De Santis’ narrative never follows a chronological order of events. He proceeds by omissions and regressions, digressions and sudden fast-forwards. The sequence of images creates unexpected connections and instils doubts. Reality intertwines with fiction. Magic and voodoo rituals sit next to pop and fashion. The archetypical fight between prays and hunter contrasts with unsettling atmospheres reminder of Lynch’s streets at night. Highly expressive faces and intrinsic theatricality alternates to epiphanic locations and atmospheres suspended in space and time.
But De Santis’ work has also to be read as pure celebration of beauty, celebration
of the lusher of natures and the most sensual of bodies. Pure joy that comes from translating flavours, smells and colours into images. Through this process, De
Santis creates a new Africa: fantastic, imagined and poetic, full of unexpressed and unexplored potential. Through his work, the fantastic emerges from the deepest and remotest roots of our culture.

Partiamo da un dato. Anno 2014: nell’intera Africa si parlano più di 2.000 differenti lingue.
Questa affascinante Babele è la perfetta metafora della complessità e frammentarietà di un continente, in cui si riflettono, e sono amplificate, spesso drammaticamente, tutte le contraddizioni, le idiosincrasie e le urgenze del contemporaneo.
Un continente sospeso fra tradizione e innovazione, dove convivono struggente bellezza ed estrema povertà, violente lotte intestine - politiche e civili - e grandi speranze alimentate da una scena culturale e intellettuale sempre più vitale ed energica, basti pensare – in ordine sparso – all’opera di J. M. Coetzee, premio Nobel per la Letteratura nel 2003, all’attività di Okwui Enwezor, curatore della Biennale di Venezia 2015, o alla pratica di artisti di fama internazionale, quali William Kentridge e Yinka Shonibare, o ancora alle sperimentazioni sonore dei Die Antwoord.
Come restituire, quindi, in un’opera, in una fotografia, tale multisfaccettato, e sempre sfuggente, paesaggio senza cadere in facili stereotipi o cliché?
Luca De Santis si avvicina all’Africa con la curiosità dell’antropologo. Si documenta, viaggia, studia il territorio, incontra la popolazione locale.
Non si abbandona però agli entusiasmi di esotiche fascinazioni. Non dà spazio alla retorica sensazionalistica. E neppure fa propri i rassicuranti codici del reportage. Con cura paziente, ricerca e coglie in dettagli minuti la storia millenaria di questa “culla dell’umanità”. Analizza e decostruisce, in maniera critica, attitudini primigenie e ancestrali, miti e riti, costumi, mode e decori.
Deforma poi le prospettive, stravolge i codici. Per proiettarli in un futuro prossimo venturo. E darne nuove chiavi di lettura.
L’Africa diventa, così, quasi un pretesto, un punto di partenza per una narrazione in cui all’osservazione dal vero si intrecciano sensazioni ed emozioni profonde. Lo storytelling di De Santis attinge all’inconscio collettivo. Astrae il dato reale. Si apre alla definizione di possibili nuovi mondi, visioni e immaginari.
Per arrivare a questo, un aspetto fondamentale è la costruzione dell’immagine. Nulla è lasciato al caso. Ogni espressione, ogni gesto, ogni taglio, ogni elemento compositivo, è significante. Fortemente voluto e meticolosamente studiato. De Santis crea immagini dense, stratificate. Sono il risultato di un gioco combinatorio in cui tutto può essere modificato e modificabile. Il fotografo attua una sofisticata operazione di mise en abîme. Fotografie di fotografie di fotografie. Citazioni di citazioni di citazioni. Giustapposizioni su giustapposizioni. Una processualità aperta. Mai definitivamente conclusa. De Santis cattura il mutevole. Congela l’effimero. Non registra un prestabilito hic et nunc ma una continua metamorfosi, un divenire. La stessa immagine, in un istante, diventa altro da sé. Per porre in questione lo statuto ontologico della fotografia.
L’“oggetto” fotografia, fra l’altro, in De Santis costituisce l’evoluzione e il culmine di un articolata pratica relazionale, di importanza pari, se non superiore, allo stesso risultato finale. Una delle qualità principali del fotografo risiede proprio nel fluido scivolare fra diversi mezzi espressivi. Con la capacità di ricodificare un soggetto figurativo in un pattern astratto. Di ricondurre la tridimensionalità alla bidimensionalità, e viceversa. Di trasformare corpi in oggetti, oggetti in corpi. Riconducendo storie e memorie personali a una dimensione universale e collettiva.
Nel racconto di De Santis fabula e intreccio non coincidono mai. Procede per scarti e regressioni, digressioni e accelerazioni improvvise. Il succedersi delle immagini induce a stabilire connessioni inattese. Insinua dubbi. E così si intrecciano realtà e fiction. Magia e rituali vudù convivono con pop e fashion. L’archetipica lotta fra preda e cacciatore trova un controcanto negli stranianti silenzi di lynchiana memoria di una strada di notte. Volti di straordinaria espressività, dalla intrinseca teatralità, si alternano a epifaniche ambientazioni e atmosfere sospese nello spazio-tempo.
Ma il lavoro di De Santis deve essere anche letto come una pura celebrazione della bellezza. La bellezza della natura più lussureggiante e della fisicità più sensuale. Con la gioia di tradurre sapori, odori, colori in immagini. De Santis delinea così un’Africa “altra”. Un’Africa onirica, immaginata e poetica. Dalle plurime potenzialità, ancora inespresse e inesplorate. Facendo emergere con la sua indagine il fantastico dalle radici più profonde della nostra cultura.